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2011 Nazionale Buttarelli


LA FILOSOFIA DI TRASFORMAZIONE COME OCCASIONE PER LA PROFESSIONE INFERMIERISTICA
Annarosa Buttarelli - Università di Verona

La filosofia di trasformazione può essere considerata la più avanzata tra le filosofie di antichissime radici ma maturata oggi nella pienezza della sua articolazione in grado di mettersi alla portata di tutti e di tutte, e di essere capace di entrare in ogni angolo della vita quotidiana, pecialmente lavorativa, per aiutare chi ci tiene a sapere “cosa” sta facendo e, possibilmente, a farlo bene. In questi ultimi 10/15 anni abbiamo assistito a un ritorno della filosofia nei luoghi dove si soffre e negli ospedali così come anche nei corsi di formazione, nei consultori, nelle scuole, e laddove si elaborano i protocolli di cura o i codici etici. E’ una buona notizia perché sempre e fino a un certo punto del percorso della nostra civiltà, medicina e filosofia, ad esempio, non hanno mai potuto fare a meno l’una dell’altra. Nel momento in cui si tratta di riflettere sulla condizione umana e ci si accorge che tutto il campo è preso dalla tecnologia, dalle procedure standard, dall’organizzazione aziendale, significa che la filosofia se n’è andata da un pezzo e con lei se n’è andata anche la capacità di pensare, né più né meno. Il giusto ritorno delle filosofie in ambito sanitario è stato favorito anche dal fatto che filosofi e filosofe che stanno collaborando con qualche Asl o qualche Ospedale lo fanno facendosi forti di un sapere pratico seguito nella nostra antichità greco-classica o nella più tarda antichità romana. Tutti, bene o male, abbiamo sentito tirare in ballo Socrate; oppure studiando nei licei abbiamo incontrato Seneca o Pitagora. Nomi straordinari che rendono quasi familiari i filosofi di oggi che ripropongono ovunque la riflessione sugli scritti. La filosofia di trasformazione, essendo anche una novità, non ha nomi pass-partout, ma è
capace di entrare con efficacia a fondo nella vita e nell’esperienza di ciascuno/a nel presente in cui viviamo. La sua differenza consiste nell’essere sì una riflessione, ma soprattutto nell’essere una presa di coscienza che parte dall’umano e resta nell’umano, dal suo cuore si può dire, quando invece le filosofie di stampo accademico riflettono sull’umano, restandone al di fuori, nell’astrazione e nello scollamento. Un’altra differenza è che la filosofia di trasformazione in cui ci muoviamo è stata iniziata, sostenuta e portata avanti soprattutto da donne, e ancora oggi il suo traordinario potenziale di lettura della realtà si appoggia sul pensiero della differenza di essere uomini e di essere donne. E’ l’unica filosofia pratica del presente che è in grado di rispettare la diversa sessuazione dei corpi e anche la loro diversa esperienza viva. L’esperienza stessa è indagata non con tecniche astruse o con metodi standardizzati ma restando all’interno di uno scambio orientato tra persone che si parlano alla ricerca della verità di ciò che si vive quasi momento per momento. Inoltre, convoglia nell’orientamento che propone il deposito di sapienza guadagnata con l’esperienza e quest’ultima, oltre ad esprimersi finalmente, si riprende tutta l’autorità portatale via dai tecnicismi, dagli universalismi e dagli specialisti esasperati. Sua fondamenta sono la cura del linguaggio che parliamo, della sua precisione e della sua intensità, il ripristino dell’amore per l’altro e per l’altra e per il mondo in cui viviamo. Per la professione infermieristica il ristabilirsi della sovranità dell’esperienza e dell’amore per le cose fatte bene, costituisce un’occasione molto preziosa e gratificante per ridonare onore al mestiere di cura, in modo che si imponga nella coscienza diffusa come il mestiere più elaborato, complesso e più altamente intelligente che si possa praticare. Mentre normalmente le filosofie lavorano su concetti (la sofferenza, la morte, la responsabilità, ecc.) o su morali (protocolli per il consenso informato, deontologie, ecc.), pure sapendo lavorare su tutto questo la filosofia di trasformazione gioca la carta ulteriore di saper lavorare dall’interno delle relazioni per trasformare i legami che fanno soffrire in legami dove entra la libertà, per creare quelli necessari e dimenticati (tra giovani e vecchi, ad esempio) o per sciogliere quelli fittizi e inutili.Si tratta di relazioni con i malati e tra malati, ma anche viceversa dell’atteggiamento dei malati verso chi li cura. Si tratta di relazioni tra operatrici e operatori, infermiere/i e medici o responsabili a livelli gerarchici superiori, così da esplorare cosa sia da cambiare, cosa sia da valorizzare. Insomma, la filosofia di trasformazione invita a un cambiamento di forma mentis: può far transitare da una che crea da ormai troppo tempo risentimento e frustrazione perché induce a chiedere i cambiamenti esternamente a noi (istituzioni, leggi, specialisti, inglesismi, ecc.) ad una forma mentis in cui viene ripristinata la consapevolezza che ogni cambiamento, se è reale, comincia con una trasformazione di noi, presi uno per uno e una per una, facendoci uscire dallo stato di minorità e passività in cui ci fanno rincantucciare molti aspetti della cultura contemporanea più deteriore. Non a caso tre grandi filosofe del Novecento che hanno contribuito a elaborare la filosofia di trasformazione hanno nutrito il loro pensiero con facendo le infermiere, desiderandolo, curando i malati di famiglia: sono Edith Stein, Simone Weil e Maria Zambrano. E non a caso Edith Stein raccomandava che anche gli uomini che avessero desiderato fare i medici o gli infermieri si affidassero alla formazione impartita loro da donne scelte tra quelle che sanno usare l’autorità della propria vita e dell’esperienza delle proprie simili per curare la vita e anche l’avvicinamento alla morte di ciascuno e di tutto ciò che ci circonda.