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2009 Nazionale Cosmacini

Una scienza o tante scienze per la salute
G. Cosmacini (Milano)

Una scienza o più scienze per la salute? Prima di rispondere alla domanda è opportuno riflettere  su ciò  che si intende per “scienza”. Il termine è un’abbreviazione di «conoscenza», nella fattispecie intesa come un sapere coerente, organizzato secondo metodi e principi rigorosi e con criteri propri delle diverse epoche storiche in cui si è sviluppato. La speculazione degli antichi è diversamente scientifica dalla sperimentazione dei moderni; la matematica euclidea è scientificamente diversa dalla matematica non euclidea. A partire dalla rivoluzione metodologica ed epistemologica del Seicento, il sapere scientifico si è configurato, quanto al metodo, in forma ipotetico-sperimentale e, quanto all’episteme di fondo, in forma logico-matematica. Galileo Galilei, protagonista di tale rivoluzione, si appellava alle ipotesi da convalidare “per sensate esperienze per necessaria dimostrazione” e affermava che il «grandissimo libro» della natura, ivi compresa la natura umana, «è scritto in lingua matematica». Le “scienze della natura”, che hanno tra i loro oggetti l'organismo umano, hanno affiliato dal Seicento la fisica, dal Settecento la chimica e dall'Otto-Novecento la biologia onde spiegare l'organismo e descriverlo ai suoi vari livelli - macroscopico, microscopico, minimoscopico, nanoscopico - in termini matematico-meccanici, particellari, molecolari. Sotto questo aspetto, fisica, chimica e biologia sono «scienze naturali» che riconoscono i metodi e principi senza i quali, sempre al dire di Galileo, «il grandissimo libro (…) non si può intendere». Ma l’organismo umano non è tutto l'uomo, il quale è oggetto anche di un sapere diverso, differenziato nelle “scienze umane”. Queste si sono costituite a fine Ottocento, denominate al loro nascere “scienze dello spirito” in contrapposizione alle “scienze della natura” e poi chiamate via via con altri nomi – scienze della cultura, scienze storiche, scienze sociali. Una distinzione originaria tra scienze umane e scienze naturali è stata quella, proposta dallo storicismo tardo-ottocentesco, tra «scienze idiografiche», basate sul paradigma metodologico ed epistemologico della «comprensione» storico-sociale, e «scienze nomotetiche», basate sul paradigma metodologico ed epistemologico della “spiegazione” causale. In Italia fu il clinico medico Achille De Giovanni (1838-1916), fondatore della scuola costituzionalistica italiana, ad ambire alla sintesi in medicina tra il modello causalistico universalizzante (per cui la biologia è dovunque modellata sulle medesime leggi) e il modello storicistico individualizzante (per cui la clinica si confronta con i singoli malati, diversi l'uno dall'altro anche se affetti dalla stessa malattia). L'ambizione, delusa, di De Giovanni era quella di fondare una scienza dell’individuale in parallelo alla matematizzante “scienza dell’universale” (per cui due più due fanno quattro dovunque) e basata sulla tipologia delle «costituzioni morfologiche» biometricamente studiate, intese quali ponti di collegamento tra la generalità biologica degli esseri umani e l’individualità clinica di ogni uomo malato. Proprio quando, nel clima ideologico del positivismo scientista, si ambiva di fare della medicina una scienza, un medico e filosofo come Karl Jaspers (1883-1969) sottolineava l’evidenza di come in medicina fosse importante, oltre alla spiegazione dei fatti, la comprensione dei significati: Il medico e il malato si trovano uniti da un legame prevalentemente umano, non scientificamente fondato; per questo è fondamentale che il medico abbia sempre presente che nella sua attività la spiegazione scientifica sia sempre accompagnata dalla consapevolezza che gli accadimenti patologici del suo malato hanno un senso che egli deve comprendere. Su questa falsariga la medicina tende a configurarsi come un intreccio teorico- pratico tra le scienze naturali (fisica, chimica e biologia), con cui essa si rapporta ai fatti patologici che la malattia induce nell’organismo, e le scienze umane (psicologia, sociologia, antropologia), con cui essa si rapporta ai significati psicosociali, umani, che la malattia induce nella persona malata. E’ una configurazione compendiata nel modello biopsicosociale, indicante tre diversi livelli di un approccio globale unitario all’uomo sano-malato. A questo approccio integrale fa riferimento il termine antropologia medica. L’antropologia medica qui considerata non ha l’accezione di un confronto sui problemi della salute e della malattia tra culture diverse e distanti (antropologia culturale), ma ha l’intenzione di una “scienza dell’uomo” mirante a una comprensione piena, volta a compensare l’accentuarsi in medicina dell’unilaterale ricorso alle spiegazioni fornite da questa e quella “scienza della natura”. Ciò appare tanto più vero per l’area di un sapere – quello medico – che, come s’è visto, si colloca per così dire “a cavaliere” tra i due grandi gruppi di scienze, trattandosi di un sapere vuoi “naturalistico”, vuoi “umanistico”, strutturato in tal caso come comprensione dell’uomo sano-malato in termini non settoriali, ma globali: l’organismo somatopsichico, l’individuo psicosociale, la persona umana.