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2011 Nazionale Pacifico

L’INFERMIERE IN DIALISI PERITONEALE: ORGANIZZATORE ED EROGATORE DI UNA ASSISTENZA DI QUALITÀ
R.  Pacifico, S. Benini, R. Briglio, C. Fabbri, N. Romeo, Savino, G. Spadafora
U.O. Nefrologia Dialisi e Ipertensione Azienda Ospedaliero Universitaria di Bologna

Introduzione

L’intera comunità scientifica è concorde nell’affermare che il numero di pazienti affetti da Insufficienza Renale Cronica, che necessitano di trattamento dialitico sostitutivo, è in aumento in tutto il mondo, di pari passo con l’invecchiamento della popolazione e con l’aumento delle malattie cardio-vascolari e del diabete. Allo stesso modo è dimostrato che i pazienti seguiti precocemente da una nefrologia, arrivano al trattamento dialitico più tardi con minori complicanze cliniche, minor numero di ricoveri e una maggiore sopravvivenza rispetto ai pazienti che non hanno potuto usufruire di un follow-up nefrologico (Yurugen, 2002). A questa tipologia di pazienti, affetti da una patologia cronica è fondamentale assicurare l’attuazione di una giusta assistenza e di una buona educazione terapeutica, che si fonda su alcuni concetti base:

  • ogni individuo dovrebbe essere il responsabile della propria salute;
  • ogni individuo dovrebbe essere il gestore del proprio percorso di cura;
  • la prevenzione delle complicanze nelle patologie croniche è fondamentale (Ferraresi et al., 2004).

Per fare questo, cioè una assistenza di qualità che metta al centro il paziente, ma che sia anche rispettosa della necessità di risparmiare le risorse economiche del SSN è indispensabile imparare ad organizzare il lavoro in equipe multiprofessionali, che condividano i saperi e costruiscano quei percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali, fondamentali per una gestione sicura, efficace, efficiente ed appropriata alla cura del paziente. La nostra equipe, composta stabilmente da medici e infermieri e OSS dedicati, ha deciso di accettare di fare propria la necessità di questo cambiamento, ponendosi come professionisti capaci di analizzare la realtà in modo critico. Tale analisi ha evidenziato delle criticità formative e organizzative che abbiamo pensato di affrontare:

  • Creando un percorso diagnostico terapeutico assistenziale ad hoc, che attraverso la presenza dell’infermiere case manager, un professionista che gestisce un caso o più casi a lui affidati, in un percorso predefinito e in un contesto spazio temporale definito, e di un team multiprofessionale, sia in grado di garantire la continuità assistenziale
  • Implementando un percorso educazionale-terapeutico, per sviluppare le conoscenze del paziente, stimolarne la compliance, ridurne le complicanze cliniche legate alla dialisi, evitando l’ospedalizzazione e migliorandone la qualità della vita.
  • Promuovendo lo sviluppo di programmi di training educativi per i pazienti, i loro familiari e/o caregiver, attraverso il passaggio di competenze tecniche relative alle apparecchiature necessarie alla dialisi peritoneale.
  • Promuovendo la realizzazione di un servizio integrato Ospedale-Territorio, per facilitare i rapporti fra pazienti, famigliari e/o caregiver e i diversi professionisti territoriali implicati nel percorso di cura.
  • Creando pacchetti formativi per i pazienti, che attraverso incontri periodici possano confrontarsi con altri pazienti e consolidare i rapporti con i professionisti.

Materiali e metodi

Popolazione interessata: pazienti che terminato il percorso educativo hannoscelto la dialisi peritoneale e pazienti già in terapia dialitica peritoneale. Metodologia utilizzata per la ricerca della letteratura: banche dati, linee guida. Risorse necessarie: introduzione nell’equipe infermieristica dell’ infermiere casemanager. Necessità formative: corso sull’educazione terapeutica, sulle strategiecomunicative e sulle aspetti metodologici, rivolto all’equipe multiprofessionale. Con le seguenti modalità attuative:

  • creazione pacchetto formativo per l’equipe infermieristica
  • frequenza degli infermieri al pacchetto formativo
  • condivisione indicatori di verifica, tempi e modi con il team assistenziale
  • condivisione contenuti formativi rivolti al paziente
  • creazione supporti cartacei per pazienti e infermieri che evidenziano il percorso educativo pre-dialitico e il training alla dialisi peritoneale per pazienti e infermieri
  • creazione questionari per pazienti e infermieri
  • strutturazione audit clinico infermieristici
  • creazione pacchetti formativi per incontri periodici con i pazienti
  • stesura nuova organizzazione con condivisione del chi fa che cosa all’interno del team
  • creazione di questionari per pazienti per evidenziare la qualità assistenziale percepita e per l’equipe infermieristica per valutare la soddisfazione lavorativa percepita.
  • audit clinico per approfondire casi clinici, e per migliorare la formazione professionale dell’equipe infermieristica con tutto il team assistenziale.

Discussione

Calando questa riorganizzazione globale nella cura dei pazienti in dialisi peritoneale o in predialisi che abbiano già scelto questa tecnica dialitica, l’attuazione è:

  1. Fase 1: Al momento dell’ingresso in dialisi:
    1. Il paziente che ha scelto la dialisi peritoneale, insieme alla famiglia viene affidato, dall’infermiere dell’ ambulatorio, all’infermiere case manager della dialisi peritoneale, che verifica e approfondisce l’accertamento.
    2. Pianifica con il paziente e la famiglia del percorso clinico assistenziale per:
      1. l’inserimento in lista trapianto di rene;
      2. l’inserimento di catetere peritoneale;
      3. il training alla dialisi peritoneale.
    3. Condivide, il piano assistenziale personalizzato con gli altri componenti del team, da verificare periodicamente.
  2. Fase 2: Durante il percorso di cura:
    1. Il team medico-infermieristico gestisce per ciascun paziente i controlli periodici, con ri-verifica dell’accertamento (condizioni cliniche, psicologiche, bisogni organizzativi, ecc...) e del relativo piano assistenziale;
    2. gestisce le complicanze, con analisi delle cause e delle possibili soluzioni;
    3. esegue briefing quindicinali chiedendo il supporto di altri professionisti, se necessario, per analizzare e valutare le condizioni dei pazienti, la qualità della cura fornita, le criticità organizzative;
    4. realizza incontri formativi bimestrali con i pazienti e le famiglie (monotematici, di gruppo o personalizzati);

Conclusioni

Tutti sappiamo che la qualità dell’assistenza è data: da risultati di gestione, dall’organizzazione e dall’adozione di tecniche per favorire il miglioramento della stessa. Donabedian esprime molto bene il concetto: “L’assistenza sanitaria è di qualità adeguata se gli operatori che la erogano, effettuando gli interventi che il progresso delle conoscenze scientifiche indica come capaci di produrre gli effetti desiderati e appropriati, interventi che devono essere congruenti con i valori morali della società e devono essere realizzati in modo tale da generare soddisfazione in coloro che li ricevono, sono in grado di massimizzare i benefici espressi in termini di salute aggiunta a fronte dei rischi corsi per produrli”. Da questo concetto derivano gli attributi che la qualità deve contenere: EFFICACIA, SICUREZZA, APPROPRIATEZZA, EFFICIENZA, TEMPESTIVITA’, ACCESSIBILITA’, CONTINUITA’. Su questi attributi si possono costruire strumenti di misura per la valutazione della qualità. Affinchè la continuità assistenziale, intesa come una componente misurabile della qualità dell’assistenza realmente necessaria al pazienti, erogata in un tempo adeguato dalle varie strutture, figure cliniche e professionali, non abbia interruzione diventa fondamentale la figura dell’ICM come coordinatore delle cure di ciascun paziente. II paziente e famiglia sono gli attori principali del percorso clinico assistenziale, che ha il fine di ridurre il senso d’abbandono, nel passaggio tra ospedale e territorio e quindi la riduzione dell’ansia e della paura. Inoltre il percorso clinico assistenziale personalizzato ha lo scopo di ridurre i ricoveri che potrebbero derivare dalla disorganizzazione e dalla disinformazione sulle potenziali risorse di rete che assicurano i servizi di assistenza domiciliare. Infine è indispensabile sottolineare come sia indispensabile una buona capacità comunicativa per il raggiungimento di tutti gli aspetti sopraelencati, infatti non possiamo dimenticare che la comunicazione è una funzione continua della vita umana, come la funzione respiratoria o cardiaca, e nella comunicazione professionale il punto di partenza siamo noi.

Bibliografia

  1. AAVV (2003), Atti del congresso Nazionale Aniarti 2003. Criticità ed intensività assistenziale: quali obiettivi, quali competenze, quanti infermieri, Bologna (12-14 novembre 2003).
  2. Chiari, P. e Santullo A. (2001), L’infermiere case manager, Milano, McGraw-Hill. CHANTAL MOISET, MARINA VANZETTA la qualità nell’assistenza infermieristica 2006.
  3. Ciriello E. (2004), “appropriatezza degli interventi e qualità di vita”, in Scenario: il nursing della sopravvivenza, rivista dell’Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica, Firenze, ANIARTI.
  4. D’Ivernois J.F. e Gagnayre R. (1998), Educare il paziente: guida all'approccio medico-terapeutico, Milano, Mediserve. (Edizione italiana a cura di M.G. Albano e L. Sasso).
  5. EDTNA Rivista associazione infermieri nefrologici 2002
  6. Ferraresi A., Gaiani R. e Manfredini M. (2004), Educazione terapeutica: metodologia e applicazioni, Roma, Carocci Faber.
  7. Yurugen B. (2002), “IRC diagnosi ed interventi infermieristici”, EDTNA/ERCA, JOURNAL.