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Nosella-2008-p09

 


LAVORARE IN DIALISI: NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE 

 V. Nosella, T. Farina, A.M. Milizia
Presidio ospedaliero M.Giannuzzi (Manduria, TA)


Scopo del lavoro
L’infermiere che opera in un centro dialisi è sottoposto ad un dualismo conflittuale continuo: l’esasperato tecnicismo determina una maggior attenzione alle strumentazioni rispetto alle esigenze dell’uomo che riceve le prestazioni.
E’ facile capire che chi lavora in dialisi svolge una funzione infermieristica diversa da quella svolta in alti reparti, sia per i risvolti affettivo-relazionali sia per la specializzazione tecnica che questo lavoro richiede.

Si è voluto verificare lo stato attuale della situazione formativa nei centri dialisi pubblici e privati e quindi valutare la “voglia” di formazione e di migliorare la qualità del proprio operato, degli infermieri che lavorano in dialisi. Non si è voluto misurare la preparazione tecnica di base che è già un presupposto indispensabile per poter dializzare, ma la necessità di eventuale  altra formazione ossia quella che permette di capire la multidimensionalità della malattia, di fronteggiare le emozioni proprie e  prevenire il burn-out tra gli operatori.
Conseguentemente  si ipotizza un  programma di miglioramento

Materiali e metodi
L’ambito scelto per lo studio è quello della  Struttura semplice di emodialsi dei un ospedale  in provincia di Taranto.
Un centro dialisi pubblico di 22 posti rene, esistente da più di venti anni e con circa 80 emodializzati che vi affluiscono e un centro dialisi privato di Taranto, esistente da più di dieci anni, recentemente ristrutturato, dove vengono dializzati circa 250 pazienti per 70 posti rene.

E’ stato  somministrato un questionario esclusivamente al personale infermieristico.
Non vi era obbligo di partecipare all’indagine  ed è stata garantita l’assoluta anonimità. Sono stati compilati tutti durante l’orario di servizio e tutti i questionari distribuiti sono stati restituiti.

Il questionario  era composto da 25 domande. Ad alcune vi era la possibilità di dare più risposte.

Risultati
Analizzando i dati raccolti si evince che, in generale, il 42 % degli infermieri lavora in dialisi da più di 7 anni, mentre il 31,6 % da un periodo che va dai 2 ai 5 anni.
Per quanto riguarda la preparazione specifica al nursing al nefropatico, il 30% non l’ha ricevuta prima di iniziare a lavorare in dialisi e questa percentuale sale al 40% tra il personale dei centri dialisi privati.
Questa preparazione, mediamente, per il 35,3% degli intervistati è durata meno di un mese, per il 56% da 1 a 3 mesi.
Il 95% degli infermieri sente il bisogno di maggior formazione per l’attività che svolge. Di fronte a problemi da risolvere si rivolge al medico l’80% degli infermieri del centro dialisi pubblico, mentre il 60% degli infermieri del centro privato; cerca di risolvere il problema consultando i colleghi l’87% degli infermieri del settore privato, contro il 50% del centro pubblico.
Nel 65% dei casi gli infermieri tutti si trovano a dover affrontare sempre gli stessi problemi e, per il 76% degli intervistati, i modi di risolverli sono diversi, cambiano da operatore ad operatore.
Al 72%, tra pubblico e privato è successo di avere dei dubbi, dopo il confronto con i colleghi, su metodiche operative che prima riteneva corrette  e il 67% non condivide le metodiche operative dei colleghi. Un infermiere su due ha discusso con i colleghi o con i medici dei problemi incontrati durante la seduta e nei centri privati si arriva al 53%.
Esaminando le cause di difficoltà di gestione del paziente dializzato, il 33% degli infermieri pubblici le ascrive alla formazione inadeguata, percentuale che scende al 20% per gli infermieri dei centri privati dove invece è maggiormente sentita la carenza di risorse umane, il 60% vs il 40% del pubblico.

Per l’80-90% del personale è utile ed indispensabile la formazione tramite corsi di aggiornamento e tra i vari argomenti proposti tutti sono stati scelti ma in particolare è stato segnalato l’approccio psicologico con il dializzato.

Mentre il 20% degli intervistati riferisce che sicuramente in futuro non lavorerà più in dialisi, il 33% degli infermieri del pubblico e il 52,4 del privato ritiene che certamente lo farà.

Conclusioni
Appare subito evidente che gli infermieri che lavorano in ospedale hanno maggior esperienza lavorativa e che invece per quelli del privato, la carenza di risorse umane implica la necessità di iniziare a dializzare al più presto.

Se anche nel settore pubblico vi è più possibilità di formarsi all’inizio-incarico, nel privato quando le situazioni contingenti lo rendono possibile viene dato più spazio e tempo alla formazione. Ne consegue che nonostante, come si è visto all’inizio, ben il 75% degli intervistati lavori da più di due anni in emodialisi, è ancora molto forte la sensazione di carenza formativa a fronte di una buona esperienza che senza dubbio tutti hanno raggiunto.

I problemi che ci trova a dover affrontare sono sempre gli stessi e questo sta a significare che non vengono mai risolti all’origine e quindi si ripresentano sistematicamente. Ognuno ha poi un proprio modo di risolverli, non applicando evidentemente linee-guida o protocolli perché inesistenti sia nel pubblico che nel privato.

L’incertezza sulle metodiche genera dubbi continui che non sempre si riescono a fugare con il confronto tra colleghi o con i medici, soprattutto nel pubblico, tanto che molto spesso non si condividono le metodiche utilizzate dai colleghi.
Significativo inoltre il dato che mentre per i colleghi dei centri privati in nessun caso è la assenza di procedure  standard la causa dei problemi gestionali della seduta emodialitica, nel pubblico, dove la carenza di formazione è più sentita, è del 27% e viene dato quindi spazio all’improvvisazione.
In ugual misura tutti danno un notevole peso alla difficoltà di comunicazione tra gli operatori ed esprimono l’esigenza di confronti e scambi diretti, di formazione e ri-formazione.

L’assenza di protocolli convalidati da gruppi di studio e l’inesistenza di linee guida impedisce di prendere coscienza del proprio operato.
Si lavora in un clima d’incertezza dove solo l’esperienza acquisita con gli anni aiuta.
Per poter definire protocolli e linee giuda servono gli studi , i lavori di gruppo, una costante attività di ricerca.
In conclusione posso affermare che la costruzione e l’utilizzo di appropriati strumenti di integrazione organizzativa quali i protocolli assistenziali  e le procedure da parte degli infermieri di dialisi, determina un innalzamento degli standard professionali perché contribuisce a rendere più evidenti e chiari gli obiettivi assistenziali, aiuta a ridurre i rischi a razionalizzare le risorse, definisce e rafforza gli ambiti decisionali dell’infermiere, costituisce un elemento di confronto e crescita delle performances professionali e rafforza la coesione dell’intero gruppo lavorativo.