Articoli

Stampa

Cavallini-2008-p02


IL RUOLO DELL’INFERMIERE NELL’OTTIMIZZAZIONE DELLA DIALISI PERITONEALE (DP), L’ESECUZIONE DEL PIP-TEST PRESUPPONE UNA CORRETTA E RIPETIBILE DETERMINAZIONE DEL PUNTO ZERO

I. Cavallini ,  C. Sordini
U.O. Nefrologia - ASL 6 - Livorno


 

Introduzione
Il ruolo dell’infermiere di dialisi peritoneale prevede l’esecuzione periodica di alcuni test (PET, PIP, Break-point) finalizzati all’ottimizzazione della terapia dialitica.

Il volume di liquido di dialisi da introdurre è valutabile attraverso il PIP test (Pressione Intra Peritoneale ), con questo si misura la pressione all’interno dell’addome quando questo è riempito da una determinata quantità di liquido.

Scopo
Standardizzare per quanto possibile il classico PIP-test, ossia renderlo facilmente riproducibile, non dipendente dall’operatore e ripetibile nel tempo.

In realtà, ci siamo resi conto che l’aspetto più critico di tale metodica è la non uniformità della determinazione del “punto zero” sulla linea ascellare media : questo può provocare sensibili errori nella determinazione della PIP e l’impossibilità di confrontare i dati ricavati.

Metodo
Il paziente viene disteso su un lettino da visita rigido quindi viene determinato, nel modo consueto, lo zero sulla linea medio ascellare in corrispondenza del 4° spazio intercostale (determinazione standard). Abbiamo anche misurato la distanza tra il piano del letto e questo punto  (determinazione centimetrica dello zero); questo valore centimetrico resta  invariato per ogni paziente nei PIP test successivi. Il volume di riempimento viene sempre determinato in base alla BSA (area di superficie corporea). I pazienti eseguono il PIP test ogni 6 mesi : 18  paz. sono stati seguiti nel tempo tramite misurazioni standard (ossia ad ogni test si rilevava la linea media ascellare) in  29  paz  si è invece eseguita solo una prima determinazione (misurata in cm), poi riutilizzata nelle successive misurazioni. 

Inoltre si è misurata l’altezza del torace dal piano, sempre prendendo come punto di riferimento il quarto spazio intercostale (asse flebostatico), rapportandolo con la misura dello zero precedentemente rilevata.

Risultati
Sono stati complessivamente analizzate 59 misurazioni in tempi successivi di PIP, di questi 20 eseguiti con il metodo standard e 39 con il metodo centimetrico.                                                                                                     

Nel primo caso (metodica classica) si ha uno scarto medio tra misurazioni successive di 2,37 cm.acqua (+/- 1,4) mentre nel secondo caso (metodo centimetrico) lo scarto medio si riduce a  0,76 cm.acqua (+/- 0,7).

Inoltre valutando complessivamente 46 misurazioni diverse relative ad altezza del torace e valore del punto zero, si osserva che tale punto si colloca mediamente al 42.5 %(+/-6,5) dell’altezza del torace a partire dal piano di appoggio.

Conclusioni
Al fine di rendere il PIP-test un mezzo di valutazione affidabile in quanto  oggettivo, riproducibile e facilmente ripetibile, si propongono le seguenti modifiche semplificative al metodo di esecuzione:

   svincolare l’individuazione dello “zero” dall’osservazione soggettiva della linea medio ascellare, repere per altro molto incerto, e collocare tale punto al 40 % dell’altezza del torace a partire dal piano dorsale (piano di appoggio) e misurato al livello del quarto spazio intercostale ( corrispondente all’ atrio dx.)

   assegnare a tale punto” zero” il valore centimetrico della sua altezza dal piano di appoggio in modo che la sua individuazione sia svincolata da criteri soggettivi e rimanga costante nel tempo.

Tutto ciò porterebbe a una maggiore confrontabilità dei dati di uno stesso paziente nel    tempo oppure di più dati di pazienti diversi, anche di centri dialisi differenti.