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Gasparetti-2008-29

 


NURSING E COUNSELLING 

 Patrizia Gasparetti Infermiera Specializzata in Cure Urgenti,
Reparto Cure Continue,  Ospedale Regionale di Lugano, Viganello, Svizzera


Un’ulteriore sfida ci attende come infermieri.
Non più “distributori di prestazioni infermieristiche”, ma persone competenti che incontrano altre persone con bisogni propri che ci chiedono di accompagnarli nel loro percorso di malattia.
Volutamente parlo di incontro tra persone perché qui è l’elemento rivoluzionario che caratterizza oggi la nostra professione. Il nuovo paradigma della psicologia umanistica mette l’accento sulla persona che vive in relazione con se stesso, e la sua malattia, e non esclusivamente sul sintomo.
La persona non più vista unicamente nella sua condizione di malattia, ma persona che ha altre dimensioni oltre a quella bio-fisiologica.
La qualità relazionale del nursing promuove la visione dell’uomo nelle sue manifestazioni affettive, emotive, relazionali e sensoriali.
La qualità relazionale del nursing ci chiede di coniugare l’atto tecnico a cui siamo chiamati e a credere nella relazione come un atto terapeutico.
Da questo punto di vista curanti e curati si pongono sullo stesso piano. La dialettica, il mettere in comune, il negoziare, il confrontarsi, valutare insieme i dati di realtà, visualizzare il futuro e porsi degli obiettivi, ricordare benevolmente il passato, trovare nuovi significati, valorizzare le risorse, possono diventare patrimonio comune.
Un territorio dove la persona che lavora e la persona che sta vivendo una situazione di disagio, che limita la propria libertà, può sentirsi libera di esprimere se stesso, in una relazione costruttiva. Conoscere noi stessi, il contesto storico  in cui viviamo, lo spazio professionale e di cura dove siamo collocati, quali credenze abbiamo rispetto la salute e la malattia, il significato del prendersi cura dell’altro e del lasciarsi curare, credere o meno nelle potenzialità evolutive dell’essere umano, intuire la complessità della vita, sono fattori che condizionano il nostro modo di essere infermieri e pazienti. Non possiamo prescindere dalle nostre soggettività e per questo motivo il vero incontro potrà esserci solo nel momento in cui esse vengano rispettate profondamente.
Una relazione professionale di aiuto perché si attui necessita di un contesto definito. Nell’ambito sanitario i professionisti sono chiamati a prendersi cura di persone afflitte da malattie acute o croniche. Cosa ci chiede la persona malata? Cosa chiediamo noi come operatori professionali impegnati in relazioni terapeutiche di aiuto? Le risposte possono essere le stesse per entrambi i soggetti.
Poter esprimere il proprio disagio, le proprie paure, sostegno, comunicare ciò che si ha dentro, trovare soluzioni, adattarsi alla nuova situazione, sviluppare diverse forme comunicative, protezione, fiducia, conoscere i propri limiti e le proprie risorse, ritrovare piacere e gioia nel quotidiano, accrescere la maturità, agire in modo adeguato e integrato.
Risposte che ci vengono sollecitate dai beneficiari del nostro intervento nella nostra realtà professionale. Risposte che noi operatori sanitari abbiamo il dovere di cercare al di fuori della relazione infermieristica con il paziente. Sono percorsi difficili dove le difese, l’incertezza, i dubbi e l’ansia diventano protagonisti in prima linea. La relazione di aiuto ha come scopo principale quello di restituire  benessere e autonomia, dignità ed autostima mantenendo la propria prospettiva.
Questo è il quadro valoriale dove il counseling può collocarsi nella relazione terapeutica infermieristica.
L’infermiere che cura esegue il suo lavoro, l’infermiere che si prende cura rivoluziona il suo modo di mettersi in relazione con se stesso in primis, e a cascata lo trasmette alla persona che in quel momento si trova in uno stato di bisogno.
Se io come infermiere conosco nel profondo di cosa ho bisogno quando il mio benessere è minacciato e sono in un dialogo costante con me stesso, imparo a prendermi cura di me, e sarò in grado di prendermi cura dell’altro.
Solo allora possiamo sviluppare le qualità dell’essere necessarie per accompagnare e sostenere qualcuno in difficoltà. Autenticità, accettazione incondizionata, capacità di ascolto, empatia, calore, interessamento, sono qualità che diventano il nostro modo di essere, qualità che abbiamo fatte nostre grazie al fatto che le abbiamo vissute, sperimentate, integrate come parte di noi.
Non è sufficiente conoscerle, è necessario viverle.
Il counseling aiuta l’infermiere e l’infermiere grazie a delle competenze di counseling può aiutare i pazienti di cui si prende cura.
Non si può quotidianamente essere confrontati con la sofferenza, la morte, la paura, il decadimento, la cronicità, la mancanza di prospettive di guarigione, senza esserne in qualche modo toccati. Lavorare sulla qualità delle proprie relazioni significa lavorare sulla qualità dell’incontro con sé e l’altro.
Se voglio realmente incontrare l’altro è necessario che mi metta in ascolto. Un ascolto autentico. Essere disponibili all’ascolto, comunicare, dialogare, sono punti fondamentali nella relazione di aiuto. L’ascolto è un processo che attiva anche il dialogo interiore.
Quando ascolto sono presente all’altro con tutto me stesso, presto attenzione, cerco di capire cosa mi sta dicendo e verifico se ciò che ho ascoltato corrisponde a ciò che vuole dirmi.
Ascolto in modo attivo utilizzando tutti i canali percettivi, decentrandomi per fare spazio all’altro. 
Sono in grado di ascoltare ed offrire uno spazio dentro di me come operatore se a mia volta ho rivolto l’ascolto al mio mondo interiore.
Per potersi fare carico della sofferenza altrui è indispensabile entrare nella propria, guardandola senza distogliere lo sguardo; lo sguardo interiore ci permette di aumentare la nostra capacità di essere con l’altro e di interagire con autenticità. 
Accogliere il silenzio dell’altro ed accogliere i nostri silenzi permette che quello spazio si dilati nell’assenza di parole e significati e accolga solo la presenza.
Più delle parole parlano i nostri gesti, come tocchiamo le persone, come le “maneggiamo”, lo sguardo, gli occhi, la postura.
Il nostro corpo e il corpo dell’altro parlano di chi siamo, di chi è l’altro.
Le mani dell’infermiere possono essere per il corpo dell’altro messaggio di conforto, presenza, sicurezza, attenzione, accettazione. Le nostre mani possono parlare anche quando le parole non hanno più significato.
Cio che anche noi operatori ci aspetteremmo in un momento di sconforto e di disagio: qualcuno che sappia toccarci nel profondo rispetto di chi siamo.
In una relazione d’aiuto è fondamentale sentire come l’altro sente, mettersi nei suoi panni per capire meglio, dunque, essere empatici. Significa stare ad una giusta distanza, non troppo vicino da confondersi, né troppo lontano da non riuscire a percepire l’altro.
L’empatia è rendersi conto di dove si trovi l’altro. Significa che ciò che comunica mi  importa, mi interessa, mi riguarda.
L’infermiere diventa testimone e di riflesso restituisce ciò che intimamente l’altro gli ha donato.
Di fronte alla tragicità della vita sapere che c’è qualcuno che allevia le tue sofferenze fisiche e che ancora ti guarda negli occhi o ti sfiora lievemente una mano riduce il senso di angoscia e alleggerisce il senso di solitudine ed isolamento.
Non si può aiutare un'altra persona se non rientra nei nostri valori una profonda considerazione dell’altro.
Sul piano dell’essere siamo uguali, tutti abbiamo un valore, tutti abbiamo la capacità di pensare, responsabilità per se stessi ed i propri progetti, e ognuno decide il proprio destino, e queste decisioni possono essere cambiate.
Chi sta vicino a chi soffre non è esente dal sentire emozioni e sentimenti che risvegliano vissuti personali. Si può piangere con il paziente per il paziente, l’importante è essere consapevoli di ciò che sta succedendo dentro di noi e ricordarsi di chi siamo come professionisti. 
L’etica ci ricorda che i nostri problemi vanno affrontati al di fuori dello spazio terapeutico, quello spazio dove il tacito accordo della cura definisce i ruoli.
Se noi abbiamo imparato a gestire emozioni e sentimenti possiamo stare accanto ad un altro che chiede la stessa cosa: essere aiutato a riconoscere, gestire ed esprimere le proprie emozioni e sentimenti. E’ necessario tollerare la frustrazione, l’incertezza ed il conflitto che generano le differenze e a volte accettare che non abbiamo le risposte, ma aver fiducia che arriveranno.
Non possiamo dare all’altro ciò che non siamo in grado di dare a noi stessi.
Non possiamo fare counseling se non siamo in una relazione di aiuto con noi stessi.
 
Se non abbiamo fatto i conti con le nostre perdite e con i nostri lutti, se non ci siamo incontrati sul fragilissimo piano della nostra umana vulnerabilità, non riusciamo a “guardare con sguardo forte” una domanda, che a volte, come risposta, non ha risposte.
Solo in questo modo l’infermiere è capace di “scegliere” di stare con il paziente, che rimane colui che patisce sofferenza, là dove la sua esperienza di malattia lo conduce. Possiamo pensare di stare con lui semplicemente “abbracciando”, cioè accogliendo, ciò che ci comunica della sua esistenza.1
 
Non dobbiamo dimenticare chi siamo, qual è la nostra “mission”, quali competenze ci richiede il contesto lavorativo, conoscere i nostri limiti e le nostre risorse, ma è necessario fare formazione continua e supervisione per continuare a riflettere accrescere le nostre competenze e salvaguardare la nostra salute.
 
I sentimenti e le emozioni non sono né buoni né cattivi; è il modo in cui li si utilizza che può favorire o meno l’incontro con se stessi e l’altro. In questo caso è necessario essere disponibili alla comprensione di sé.
Vanno create situazioni in cui il personale curante abbia la possibilità di elaborarle per migliorare la qualità di vita professionale e la qualità della relazione terapeutica.
Il counseling è un insieme di tecniche,abilità, atteggiamenti, per aiutare le persone a gestire i loro problemi utilizzando le loro risorse personali.
Il counselor è un agevolatore, è colui che aiuta a togliere ostacoli e prendere decisioni e promuove l’autonomia.
La parola d’ordine è aiutare l’altro ad aiutarsi. Lo spazio terapeutico relazionale è il contesto di cura della malattia. Mi prendo cura del corpo malato, mi prendo cura di te come persona che deve adattare e riorganizzare la propria vita alla luce di questa nuova realtà che è la malattia.
Ti sono vicino e ti accompagno prima di tutto. Cerco di favorire il tuo benessere. Favorisco il tuo stare con gli altri per evitare che tu ti isoli. Elaboriamo degli obiettivi insieme. Scopriamo i piccoli piaceri quotidiani che ancora danno gioia. Scopriamo qualità nascoste. Continuiamo a giocare anche se siamo gli ultimi in classifica. Stiamo vicini quando siamo tristi o abbiamo tanta paura.  Fornire ascolto e sostegno, accompagnare, lenire, condividere, alleviare non sono moti spontanei del cuore, ma scelte ed obiettivi professionali, pensati e compresi. La relazione e l’incontro con l’altro, il supporto e l’accoglienza, l’accettazione e il non giudizio, la considerazione positiva, non sono abilità che ognuno di noi ha in sé a priori, ma saperi professionali acquisiti e acquisibili. Non è sufficiente voler essere di aiuto agli altri per fare counseling; serve invece aver appreso modalità, strategie, tecniche, finalità, confini in quanto anche per questa prestazione assistenziale l’obiettivo primario è conoscere i propri limiti e i limiti dell’altro. L’operatore che fa counseling si presenta al paziente ed alla sua famiglia con delle abilità relazionali che lo vedono impegnato nel chiarificare, facilitare, favorire, partecipare, all’evento malattia. Queste competenze richiedono conoscenza di sé ed un saper fare, sapere,  saper essere e saper divenire, che vanno sviluppati continuamente. Rogers ci ricorda che ogni organismo è animato da una tendenza intrinseca a sviluppare tutte le sue potenzialità e a svilupparle in modo da favorire la sua conservazione ed il suo arricchimento. E’ una tendenza direzionale innata nell’organismo umano: una tendenza alla crescita, allo sviluppo, alla realizzazione piena del proprio potenziale. Nonostante le patate vengano poste in una cantina buia umida e fredda, se c’è uno spiraglio di luce germogliano, e i germogli seppur bianchi e pallidi si dirigono verso la luce. Questi germogli sono, nella loro crescita strana e futile, perché diversa da quelli cresciuti da patate piantate nella terra, una sorta di espressione disperata della tendenza direzionale. Non diventeranno piante, non matureranno, non raggiungeranno il loro potenziale. Ma pur nelle condizioni più avverse, lottano per diventarlo. La vita non si arrende anche se non può fiorire. 
 
Concludo con delle frasi chiave: La qualità relazionale è un atto terapeutico con pari dignità degli atti tecnici. Il mio modo di essere, sapere, di fare, di essere disponibile al cambiamento influenza la relazione.
Se conosco i miei bisogni profondi posso instaurare una relazione infermieristica libera e trasparente.
Se ho imparato a prendermi cura di me posso prendermi cura di un altro nei limiti delle mie competenze e risorse.
Se sviluppo qualità umane quali l’autenticità, l’ascolto, l’empatia, l’accettazione incondizionata dell’altro, il calore, l’interessamento, favorisco nell’altro il suo sviluppo ed emancipazione. 
Le qualità tecniche e umane basilari per le relazioni di aiuto si acquisiscono con delle formazioni mirate di natura esperienziale, poiché i valori si integrano quando è in gioco l’affettività. Ogni organismo è animato da una tendenza intrinseca a sviluppare tutte le sue potenzialità Il counseling è l’arte di aiutare ad aiutarsi Il valore di base è promuovere l’autonomia nelle persone Il valore di base è continuare a conoscere se stessi, fare formazione,  supervisione e sviluppare il proprio benessere

 


1 Artioli, Montanari, Saffiotti  “Counseling e professione infermieristica”  Ed. Carocci